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Il bondage in tutti i suoi aspetti e con l’uso di tutti i materiali ed attrezzi a disposizione è una delle discipline principe del bdsm ed è utilizzato anche come complemento per altre pratiche. Esiste, e ne parleremo in questa scheda, anche il cosiddetto bondage mentale, ovvero quella pratica che consiste nel obbligare il sottomesso all’immobilità senza l’uso di legami fisici ma solo di un’imposizione verbale da parte del top. Bondage fisico e mentale non sono sempre in contrapposizione tra loro e possono essere utilizzati in differenti situazioni di gioco.
Bondage fisico: pro e contro Il bondage fisico è sicuramente, se ben fatto, più “artistico” e più coinvolgente. La stessa applicazione dei legami sul corpo del sub è un operazione indubbiamente piacevole per tutti i giocatori, inoltre i legami fisici permettono di ottenere e mantenere, da parte del sub, posizioni altrimenti non realizzabili o realizzabili per pochissimo tempo. Anche situazioni di attesa o di riposo vengono maggiormente caratterizzate dall’uso di legami fisici. Il lato negativo è legato invece alla psicologia del sub, i legami con cui è trattenuto durante i giochi possono diventare un alibi a cui attaccarsi per meglio accettare alcune pratiche. La corda o le manette diventano una giustificazione per gli atti che, accettati nella pratica, rimangono, nella propria mente, ripugnanti. L’utilizzo di attrezzatura per bondage, oltre al piacere specifico provato dall'utilizzo stesso, aumenta spesso l’atmosfera e la veridicità di molti giochi che, viceversa, risultano falsi o poco partecipati senza di essa.
Bondage mentale: pro e contro L’immobilità e l’assunzione delle posizioni più consone al gioco solo con la propria forza di volontà impegna molto il sub, sia dal punto di vista fisico che, soprattutto, da quello di vista mentale. Fisicamente rimanere immobili sotto la frusta senza l’aiuto di una corda è molto impegnativo ma, sicuramente, anche gratificante sia per il sub che per il top, proprio questa gratificazione può però rivelarsi un'arma a doppio taglio, superata la prova niente impedisce al sottomesso di inorgoglirsi e quindi di ritenersi “arrivato”. Certe posizioni sono però difficilmente sopportabili senza costrizioni fisiche o costringono il sub a concentrarsi sul mantenere una posizione e a non godersi nella maniera migliore una punizione inflitta. Di contro però il permettere allo slave di muoversi, gli consente di tranquillizzarsi, specie durante quelle pratiche in cui i suoi limiti sono molto vicini ad essere raggiunti, sapere di poter comunque fermare il gioco liberamente rilassa e rende i limiti maggiormente superabili.
Posizioni classiche del bondage mentale Tutte le posizioni possono, nel limite delle proprie possibilità fisiche, essere mantenute tramite il bondage mentale ma alcune sono considerate “classiche”. Rimanere piegati mentre il top colpisce le natiche è forse la più facile ma anche la più usata, lo stesso dicasi del rimanere con le mani dietro la nuca mentre si viene sottoposti ad ispezione. Altre posizioni che il sub dovrà mantenere anche se non costretto da corde e catene sono quelle in cui, inginocchiato, si deve prendere cura dei piedi e di altre parti del corpo del top.
Conclusioni Utilizzare o meno il bondage fisico o quello mentale dipende quindi sia dal piacere dei giocatori che dalle diverse situazioni che si vengono a trovare, probabilmente come spesso accade la giusta via di mezzo è la migliore, il buon top, e di conseguenza anche il sub, deve imparare ad utilizzare entrambe le pratiche applicando di volta in volta quella ritenuta più adatta e gratificante per entrambi. Giochi di ruolo simulanti dungeon medioevali o simili atmosfere non possono, a mio avviso, fare a meno di un pesante bondage fisico, sottili giochi di umiliazione e di adorazione riescono sicuramente meglio se il sub partecipa costretto solo dalla forza di volontà del proprio master.
11:40 - 22/8/2005
Da un mese a quella parte si recava in quel posto, sperando di vederla di nuovo. Non sapeva niente di lei; l'aveva vista un mese prima...o meglio, intravista, tra le luci intermittenti. Aveva intravisto quella siluette che danzava, con movimenti convulsi...come se qualcosa di sovrannaturale si fosse impadronito di lei. L'aveva impressa nella mente, la sua immagine...alta, una corporatura molto esile ma allo stesso tempo trasmetteva un'energia impressionante. Indossava dei pantaloni neri in vinile, molto aderenti, stivaletti in vernice con tacco a spillo, una camicetta in pizzo nero, molto ampia probabilmente, e sblusata da un magnifico corsetto, anche in vinile, che le cingeva la vita; ultimo particolare, ma non meno importante...un collare, sottile in pelle con tre uniche borchie, una centrale e due laterali, lunghe e molto acuminate. E poi i suoi capelli, neri e raccolti in un alta coda. Tutto le donava un'impronta di severità. E così l'aveva pensata più volte, e desiderata... Fu questo a condurlo in quel locale, diverso dai posto da lui frequentati abitualmente. Un locale alternativo, frequentato da dark, punk, feticisti, fotografi alle prime armi e pochi curiosi. Nel mezzo di queste riflessioni, fu colpito da luci intermittenti, blu, provenienti dall'alto e dopo poco sentì una sinfonia dal ritmo incalzante...era in pieno caos, quando guardando verso quelle luci blu la rivide, in una specie di gabbia sopraelevata; indossava una catsuit nera in latex, stivali dal tacco vertiginoso e un collare molto alto, del tutto diverso dai collari usati dalle slave... Era lì, in alto...e danzava con movenze lente e feline alternate a rapidi scatti. Lei guardava innanzi a sé nel vuoto, si trovava in alto rispetto alla moltitudine di persone in pista...e mai diresse lo sguardo verso il basso. Lui suppose quindi che doveva trattarsi di una ragazza che lavorava lì come ballerina, anche se non c'era niente di automatico o meccanico nei suoi movimenti...sembrava assolutamente coinvolta e come se il suo intimo si rispecchiasse in quelle movenze, e con una tale grazia su quei tacchi altissimi e allo stesso tempo severità e durezza. Intanto il locale si era riempito, era stracolmo di gente insolita...anche se lui ebbe l'impressione che la serata fosse composta da due parti, la prima molto più orientata sul fetish e la seguente più dark e alternativa. Infatti, passate due ore, nelle quali un po' ballava, un po' si sedeva ad ammirare la sua dea, si rese conto che la musica era nettamente variata; la vide uscire dalla gabbia, scendere e dirigersi verso il bar. Decisamente intenzionato a conoscerla, si accostò al bancone e si sedette vicino a lei, ordinò qualcosa...lei stava già sorseggiando il suo cocktail. Con una finta noncuranza, le chiese se lavorava lì....e lei, con vera noncuranza rispose che saltuariamente era chiamata per delle serate. Poi quasi infastidita da quella confidenza, si alzò dirigendosi verso un corridoio, in fondo al locale. Entrò in una delle varie stanze, lasciando la porta semichiusa...lui riusciva ad intravederla dall'esterno. La vide sedersi davanti un grande specchio, e restare immobile per dieci minuti abbondanti, come se stesse riflettendo...o magari solo riposandosi. Poi con molta cura si riordinò i capelli, racconti sulla nuca in una grande treccia, appuntata a guisa di chignon, e due lunghe ciocche di capelli che le scendevano ai lati del viso; si aggiustò il maquillage, si mise il suo soprabito in vinile e uscì dalla stanza. Con un gesto di sufficienza, gli fece cenno di seguirla...così lui fece senza farselo ripetere due volte... Fuori dal locale, gli disse solo "ora verrai da me, seguimi con la tua macchina". Dopo un'ora abbondante di guida, si fermarono di fronte il cancello di una villa, bella indubbiamente ma ormai del tutto in decadimento. Un grande giardino, non curato, pieno di erbacce e rovi…il palazzo che una volta doveva fare la sua bella figura, ormai era intaccato dal tempo. Ma questa decadenza aveva il suo fascino, confluiva al tutto un qualcosa di misterioso e inquietante e allo stesso tempo eccitante. La seguì lungo l'entrata principale, dietro di lei salì le scale, il lungo soprabito di lei gli sfiorava le gambe…ancora più lucido sotto la luce lunare. Entrati, si diressero direttamente al piano superiore, lungo un ampio corridoio, con luci fioche alle pareti che illuminavano le loro sagome, proiettandone le ombre artefatte sui muri. Tutto ciò era distante anni luce dall'atmosfera del locale, dalla musica caotica e tutto il resto…sembrava un luogo stregato di cui Lei ne era la Regina. In fondo al corridoio lei aprì una porta e gli disse di entrare, spogliarsi, stendersi sul grande letto a baldacchino che avrebbe trovato e restare lì immobile ad attenderla. Se non che una volta sul letto, le immagini iniziarono a sovrapporsi, gli girava fortemente la testa...non era affatto sonno o stanchezza, ma qualcos'altro. Sentiva delle strane voci femminili che si avvicinavano sempre più, come delle ragazze che stavano chiacchierando tra loro e ogni tanto prorompevano in risa, forse si poteva chiaramente distinguere un pizzico di sadismo in quelle risa; finchè delle mani non afferrarono le sue caviglie e i suoi polsi, legandolo al letto con delle catene pendenti, che prima non aveva neanche visto. Poi vide le donne, erano in tre, molto belle, si intravedeva dall'apertura dei lunghi mantelli che indossavano, neri....e sotto erano completamente nude. Poteva vedere i lunghi capelli, due more e una bionda, ma non il loro viso perchè portavano delle maschere in pelle che lo coprivano del tutto tranne ovviamente le aperture per gli occhi. Si erano messe ai lati del letto, in piedi, come se anche loro stessero aspettando qualcosa o qualcuno, e ora erano silenziose e immobili....dopo poco sopraggiunge Lei, ora anche Lei avvolta in un lungo mantello nero, aperto, ma non aveva nessuna maschera sul volto. Lui avrebbe voluto chiederle delle spiegazioni, almeno sapere cosa gli sarebbe accaduto, cosa significava tutto quello o dove si trovava...ma non riuscì a pronunciare una sillaba, era letteralmente stregato. La vide avvicinarsi con un foulard di seta nero, se lo vide mettere sugli occhi...e dopo qualche istante avvertì un dolore lancinante al collo...poi un piacere immenso, poi il nulla...
04:52 - 14/8/2005

05:41 - 12/8/2005
Sai spiegarmi perché sono finita in questa bolgia di vacanzieri della domenica che, con millimetrici movimenti del proprio asciugamano, sembrano i giocatori di una partita di Risiko intenti a conquistare il fazzoletto di spiaggia del vicino di ombrellone? No, eh? Bene, allora te lo dirò io. Sono venuta qui oggi nel disperato tentativo di riuscire a distrarmi dal costante pensiero di te. Le ho provate tutte, credimi. Mi sono messa buona buona sul letto a leggere un libro, ma mi sono resa conto che i miei occhi scorrevano le parole impresse su quei fogli di carta di scarsa qualità, mentre i miei pensieri vagavano in tutt'altra direzione. Ho provato a cantare, ma guarda caso sceglievo solamente testi che mi facessero pensare a te. Ieri sera ho provato anche ad uscire con alcuni amici e a bere un po' più del dovuto: peggio che mai, l'eccitazione alcolica mi portava ad appoggiarmi alle pareti immaginando che tu fossi in piedi dietro di me, armato di una frusta e pronto a punirmi.
Così mi ritrovo qui, adesso, impanata di sabbia come una cotoletta alla milanese, incastrata tra bambini che mi camminano a sei centimetri dal viso e allegre signore di mezza età che, urlando, richiamano all'ordine la famigliola per il pranzo, annientandomi con zaffate olfattive di pasta al forno e melanzane alla parmigiana che fuoriescono non appena viene aperto uno spiraglio del contenitore Tupperware che le isolava dall'aria che respiro. Mi trascino verso l'ombra prodotta dal mio ombrellone in modo da evitare che almeno la testa si lessi sotto i raggi di questo sole terrificante, mi sdraio a pancia in giù e cerco di concentrarmi sul rumore delle onde per convincermi che non fa poi così caldo. Scavo con i piedi delle buche nella sabbia in cerca di un po' di frescura e, in preda al sonno e allo stordimento dovuto al caldo, lentamente chiudo gli occhi.
Mi sto dirigendo verso il bar, canticchio Light My Fire sulla voce di Will Young che esce dalle casse dello stereo delle baracche che noleggiano lettini e ombrelloni. C'è poca gente, mi metto a scrutare la lista dei panini indecisa tra un caprese e un cotto&fontina. Mi metto a pensare che in realtà avrei una gran voglia di crostacei, quando un morso deciso e delicato va ad infierire sulla pelle già duramente provata dal sole, a sinistra, tra il collo e la spalla. Faccio per reagire, ma ancora prima di voltarmi, incredula, capisco che non ce n'è bisogno. - Piccola, ciao. - Ciao.. che... - Non pensavo di trovarti qui, non me lo avevi detto. - Lo so.. l'ho deciso da ultimo... nemmeno io pensavo... Io ho... portato i miei fratelli al mare... - Anche io sono qui con i bambini - Ah... - Hai fame? - Sì, prendevo un panino - Anche io
Torniamo verso la spiaggia con le scorte per il pranzo. Ogni tanto appoggia una mano sul mio culo, insinua le dita sotto al costume... sa che può farlo, sa che voglio che lo faccia. Io ancora non riesco a credere di essere lì e di camminare vicino a lui. Vorrei fermarmi in mezzo al vialetto di lastroni di cemento che stiamo percorrendo, lasciar cadere i sacchetti di plastica, spogliarmi e farmi prendere. Così, in mezzo alla gente. Sto perdendo il lume della ragione. Mi sta dicendo che è lì con sua moglie, anche. Merda. Prima di rientrare nella visuale degli ombrelloni mi bacia. Ok, fine. Mi sa che devo accontentarmi. Ripenserò al morso sul collo e magari verrò da sola stanotte, immaginandomi chissà quale scenario di passione travolgente. Adesso camminiamo più distanti, possiamo sentirci parlare, ma nessuno vedendoci penserebbe che stiamo chiacchierando insieme. Arriviamo ad un bivio. - Tra dieci minuti, dietro le docce. Se ne va.
Corro dai miei fratelli, distribuisco i panini. Dico al più grande di badare per un po' agli altri, devo fare una cosa, ma torno prestissimo. Niente bagno finché non sono di ritorno. Mi dirigo verso la baracca delle docce, nervosa ed impaziente per questo incontro ancora più clandestino di quelli a cui siamo abituati. Lui ancora non c'è. Pazienza, lo aspetterò. Mi siedo su di un tubo di cemento ed attendo, fino a che il rumore di ciabatte di plastica che si avvicinano mi annuncia l'arrivo del mio Padrone. Mi alzo, gli vado incontro. Appoggia per terra una piccola borsa di plastica, mi prende il viso tra le mani e mi accarezza, prima di darmi un bacio dolcissimo e profondo che mi piega completamente al suo volere, se mai ce ne fosse stato ulteriore bisogno. - Abbiamo solo pochi minuti. Lo capisci, vero? - Sì. - Puoi scegliere, possiamo stare dieci minuti qui a parlare oppure puoi inginocchiarti adesso lì davanti, dove c'è la sabbia. Non è la mia testa a decidere, mi muovo per bisogno. Mi inginocchio sulla sabbia ruvida dandogli le spalle ed aspetto. - Giù le mani. Mi sistemo a quattro zampe e con la coda dell'occhio lo vedo strappare una giovane canna dal terreno sabbioso per poi ripulirla dalle foglie. Si avvicina e mi abbassa gli slip del costume. Mi accarezza, mi bacia. - Non voglio sentirti fiatare, se qualcuno ti sente gridare arriverà qui mezza spiaggia. E non lo vogliamo questo, vero piccola? Faccio cenno di no con la testa. Mi gira intorno, mi scruta, mi sfrega la canna tra le cosce, sul viso. La mordo come un cane rabbioso. Ho i muscoli contratti, sono in attesa. I primi colpi sono quasi carezze delicate. Andiamo... sto aspettando... non è per questo che sono qui. Quasi leggendo nei miei pensieri, come sembra riesca sempre a fare del resto, mi colpisce entrambe le natiche con un'unica profonda vergata. Ingoio l'urlo che naturalmente vorrebbe uscirmi dalle labbra, sento gli occhi gonfiarsi di lacrime. Solo dopo qualche secondo mi accorgo che la sabbia mi sta graffiando le ginocchia. Mi viene vicino a mi bacia una guancia. La sua voce è un lieve sussurro, reso ancora più tenue dalle urla che mi affollano la testa e che non ho potuto buttare fuori: - Ti amo, lo sai vero piccola? Muovo la testa per dirgli di sì. Non riesco a parlare. Se ci provo urlo, ne sono certa. E non voglio. Cerco di capire cosa mi aspetta: è sicuramente un "six of the best", altrimenti non avrebbe usato tanta forza. Torna alle mie spalle. I colpi successivi si susseguono con una rapidità che mi lascia senza fiato. L'istinto di spostarmi in avanti per attenuare l'impatto della canna su di me è frenato dalla sabbia che sta martoriando le mie ginocchia ad ogni più piccolo movimento. Quando finisce mi sento mancare le forze, vorrei buttarmi a terra. Mi brucia la pelle, vuoi per i colpi di canna, vuoi per la scottatura dovuta al primo sole. Il mio Padrone si siede vicino a me e mi aiuta a sedermi sulle sue gambe. Mi coccola come se fossi una bambina, mi accarezza i capelli, il viso, mi bacia, mi stringe le mani. Io sono la sua bambina. Mi aiuta a rialzarmi e istintivamente gli butto le braccia al collo, consapevole che tutto sta per finire. Il mio bacino sbatte contro la sua erezione. Sono stata brava. - Prendimi - Non possiamo Mi tornano le lacrime agli occhi, prendo le sue mani e le appoggio sul mio sedere perché senta i segni del suo possesso e capisca che mi merito una ricompensa. - Tesoro mio, lo vorrei, non sai quanto. Ma non possiamo. Mi mordo le labbra, triste. Ci baciamo a lungo. In certi istanti penso che non so quando ci rivedremo e lo stringo a me fino quasi a fargli male. Mi dà un'ultima carezza al viso e torna verso la borsa di plastica che aveva lasciato a terra solo pochi minuti prima. Prende un pareo blu, me lo allaccia sui fianchi. - Non puoi mica tornare là con questi segni. - Grazie.. - Adesso vai. Ti chiamo io domani. - Ti amo. - Lo so. E mi bacia sulla fronte.
- Ci riporti a casa? Sento la voce di mia sorella in lontananza, cerco di riaprire gli occhi ma il sole mi acceca. - Svegliati! Vogliamo andare a casa! Siamo stanchi. - Sì... certo... andiamo... A fatica mi alzo e raccolgo le nostre cose, constatando con un filo di disillusione che non ho nessun pareo blu sui fianchi e che gli unici segni sul mio sedere sono quelli dell'abbronzatura. Prendo i miei fratelli per mano e mi dirigo verso la macchina, guardandomi intorno nella speranza di incrociare il tuo sguardo. Continuo a cercare i segni del tuo "six of the best" su di me.
07:38 - 10/8/2005

05:36 - 9/8/2005
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Citazione
"Che
parlassero con due amici o a una pubblica riunione si sentiva che
stavano tessendo una tela. Entrambi erano infaticabili tessitori
di ragnatele ma cio' che li rendeva estranei era che a uno
interessavano le mosche da acchiappare per rafforzare le proprie
posizioni, all'altro le ragnatele come organi di collegamento nel
mondo degli insetti."
(DeriveApprodi)
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